Cronache da una scuola allo stremo

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  • Cose belle: Educare alla Lettura

    Ci sono momenti che riempiono di senso il mio lavoro, momenti che sono come una boccata d’aria fresca in mezzo al puzzo di marciume stagnante che spesso appesta le nostre aule.

    Ricordarsi che esistono spazi di riflessione e di incontro tra professioniste e professionisti della scuola e dell’educazione che hanno voglia, bisogno, di fare il proprio lavoro con cura e con una bussola etica, utopica, forte, fa bene all’animo ed è spesso difficile nella quotidianità della nostra scuola allo stremo.

    Per questo tengo molto a queste righe che spendo più che volentieri, un po’ per aiutare chi, come me, è agli inizi di una carriera e sta ancora cercando il suo modo, le sue persone e le sue parole di riferimento, un po’ per ringraziare di cuore tutte le persone che sto incontrando e che stanno spendendosi per portare avanti un lavoro pregevole e importante.

    Voglio citare al riguardo, prima di tutto, un percorso ancora in itinere e a cui è ancora possibile accedere:

    Il percorso di formazione Educare alla Lettura – Leggere cambia il mondo organizzato dal Salone del Libro di Torino, con Simone Giusti e Giusy Marchetta. Sentire parlare così chiaramente e così bene della lettura nelle classi, del suo significato formativo, delle criticità dell’accesso e dell’inclusione che la scelta del canone si porta dietro, con persone di grande spessore e profondità di pensiero, è un’esperienza che sento di consigliare a chiunque ami questo mestiere, prima di tutto per il piacere di farlo, in secondo luogo per la crescita professionale che porta. Per altro, vengono messi a disposizione dei kit didattici molto interessanti da poter sperimentare nella propria didattica.

    Simone Giusti, Giusy Marchetta, Federico Batini, sono anche tra gli organizzatori di Le Storie Siamo Noi, convegno bellissimo che si è svolto a Torino qualche weekend fa sull’orientamento narrativo, che ha raccolto esperienze e ricerche che parlano di una scuola umana, di vita. Ragionamenti lontani dall’idea di una scuola-azienda dove ogni cosa sia spendibile sul mondo del lavoro, ma che parlano della potenza della riscrittura di sé come atto liberatorio, come atto emancipatorio.

    La scuola che libera dalle catene della classe.

    Questa è una scuola per la quale ha senso lottare, ha senso impazzire con i maledetti corsi abilitanti, ha senso stracciarsi le vesti per restare in classe, se la scuola può essere questo.

    Dunque questo è un post di invito a quelle colleghe e a quei colleghi che faticano e arrancano nel pantano di ogni giorno e iniziano a chiedersi che senso ha.
    Concediamoci ogni tanto uno di questi momenti, prendiamo aria e ricordiamoci perché lo stiamo facendo, che non siamo gli unici lì fuori che ci stanno provando.

  • Ma tu sai ascoltare?

    L’altra mattina sono entrato nella classe della quinta professionale dove faccio sostegno. 

    È una supplenza piccola: qualche ora di allattamento fino ad aprile per un totale di 6 periodi. Bene, entro in classe e la scena che mi si presenta davanti è la seguente: la docente  cusicolare e l’altra collega di sostegno stanno parlando con la classe del rapporto con le loro famiglie. Un tema chiaramente complesso e che spesso si porta dietro grandi dolori e sensibilità accentuate. 

    Come stava avvenendo questa conversazione? 

    Mi fermo a ragionare del come, perché in classe ogni nostro intervento e ogni nostra azione dovrebbero essere pensati e calibrati in senso educativo. E pensare un intervento in senso educativo significa ragionare a lungo sul come: spesso so benissimo di cosa ci sarebbe bisogno di parlare, ma mi arrovello a lungo su come fare a costruire un intervento che non sia coercitivo, noioso, che non devi dai binari, che dia spazio di espressione e ascolto… soprattutto quando voglio parlare di un tema così personale e così complesso. 

    Infatti, una cosa che penso sia fondamentale rendere inequivocabile alle persone che ho davanti è che i loro vissuti per me sono importanti, che loro sono importanti, e che quando una persona si apre e condivide parti sensibili di sè deve trovare in noi un luogo sicuro di ascolto e accoglienza, senza giudizio. Vorrei, insomma, prima di tutto insegnare loro ad ascoltare l’alterità di chi hanno davanti con cuore aperto.
    Sappiamo da anni che l’educazione passa anche dall’esempio modello dell’adulto, dai comportamenti che vengono normalizzati dalla comunità educante intorno a noi. Si dice a volte che conta meno quello che diciamo ai ragazzi e di più tutti i piccoli micro segnali che inviamo loro con i nostri comportamenti e i nostri stessi corpi, importante quello che incarniamo. 

    Ecco perché ragionare sul come avvengono certe conversazioni è fondamentale per capire che segno educativo stiamo dando a quel momento.

    Iniziamo dal setting d’aula: i banchi erano rimasti schierati frontali verso la cattedra, sospetto non per deliberato calcolo, ma perché la conversazione era iniziata in modo spontaneo durante una lezione frontale, dunque senza nessuna premeditazione o ragionamento a priori. Questo comportava che, ovviamente, i ragazzi si rivolgessero alle persone che avevano di fronte, cioè gli adulti che stavano di fianco alla cattedra. 

    Bisogna poi fare una precisazione io ho detto di essermi trovata di fronte a una conversazione ma meglio avrei fatto a dire che mi sono trovata di fronte a due conversazioni che avvenivano in parallelo. Infatti, mentre la professoressa curricolare ascoltava un ragazzo che raccontava del rapporto complesso con suo padre, la collega di sostegno stava raccontando a un’altra ragazza dall’altra parte dell’aula della sua esperienza quando aveva lasciato la famiglia nel sud Italia per trasferirsi in Piemonte. 

    Entrambe le conversazioni avvenivano con un botta e risposta tra uno studente e una collega. 

    Che cosa ci dice questa modalità conversazionale e quale modello sta insegnando ai ragazzi? 

    Prima di tutto non insegna l’ascolto reciproco e anzi modellizza l’idea che sia normale e accettabile parlarsi l’uno sull’altra, anche in situazioni di condivisione emotiva molto forte. 

    Inoltre insegna che l’attenzione rilevante, interessante da ottenere, è quella dell’adulto a cui ci si rivolge. 

    È una conversazione che, peraltro, non offre uno spazio di ascolto sicuro, cioè uno spazio in cui io posso condividere ciò che provo e sento senza bisogno che le altre persone si sentano in dovere o autorizzate a commentare, giudicare e dare consigli. Infatti il racconto della professoressa di sostegno era nato come dimostrazione di un punto teorico riguardo l’importanza dell’avere accanto la propria famiglia, portato in risposta a una ragazza che stava pensando di partire per lavorare all’estero.
    Questo è particolarmente grave in una dinamica in cui la conversazione non avviene tra pari ma avviene con un rapporto di potere dichiarato, esplicito, ribadito dal setting d’aula.

    Non per nulla, quando poi ne ho parlato con la collega curricolare, finita la lezione, si lamentava che le persone più fragili e meno estroverse difficilmente prendono parte a queste conversazioni. Non mi stupisce: una persona estroversa è meno bisognosa di un setting sicuro e protetto per condividere e raccontarsi, mentre una persona introversa o fragile ha bisogno di sentirsi estremamente protetta per poterlo fare e non si esporrà alla possibilità di una discussione.

    La cosa che trovò molto interessante della conversazione avvenuta dopo con la collega, e che, ascoltate le mie osservazioni, si è definita non in grado di essere un buon modello per una conversazione sicura tra ragazzi. Ha dichiarato infatti di non essere in grado di dare un ascolto che non sia giudicante o che non porti automaticamente alla ricerca di una soluzione di un problema. Ho trovato sorprendente in positivo questa sua consapevolezza, ma mi sono anche chiesta: se non siamo in grado di metterci in ascolto dei ragazzi, perché cerchiamo di farli parlare di cose estremamente personali ed intime che riguardano aspetti e fragilità profonde? 

    La risposta è semplice: perché le conversazioni in classe non possono non avvenire, è naturale tra persone che condividono anni formativi, è naturale nel contesto della relazione educativa ed è un bene che avvengano: forniscono spunti di riflessione e modelli differenti da quelli familiari, senza sostituirsi, ma accostandosi e dando scelta e possibilità di discernimento. 

    Dunque perché non viene richiesto a un insegnante di saper insegnare, oltre alla propria disciplina, l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti, la comunicazione empatica? 

    Esistono corsi di formazione, certo, ma sulla qualità e sulla modalità dei corsi di formazione scriverò un giorno con calma, e avrò molto da dire.

    Invece sarebbe bello che queste fossero nozioni garantite dalla formazione di base di un insegnante, sarebbe bello che agli insegnanti venisse richiesto di portare avanti un percorso personale di indagine su se stessi e sulle proprie modalità di ascolto, per esempio, sarebbe bello venissero affiancati da figure che garantissero una revisione collettiva di questi interventi, che i tempi per rilfettere al riguardo fossero distesi, riconosciuti e ricompensati. Perché questo è parte del loro lavoro, a tutti gli effetti, e quindi va insegnato, va relazionato, va ragionato e supervisionato, proprio come la lezione sul limiti di funzione o sulla poetica di Pascoli. 

  • Quale sostegno?

    Da qualche giorno lavoro in una scuola superiore come docente di sostegno di un ragazzo con sindrome di Down, lo chiameremo Luigi. 

    Il primo giorno che sono entrata in classe Luigi era alquanto scocciato per la mia presenza. La professoressa curricolare voleva a tutti i costi che mi sedessi accanto a lui, perché avermi in piedi a camminare tra i banchi la metteva a disagio. Mi sono seduta a un banco vuoto a debita distanza, nemmeno questo le andava bene perché vederlo da solo la metteva a disagio. 

    Allora con molta calma ho chiesto a Luigi permesso e mi sono seduta al banco affianco al suo. Lui si è schiacciato contro il muro per starmi il più lontano possibile, nonostante mi avesse detto di sì. 

    Ho parlato con la docente che sostituisco (solo per qualche ora perché è un allattamento). Mi ha spiegato che ci sono due ragazzi con sostegno in classe, Luigi e Filippo, che in questi giorni è assente. 

    E che sì, certo, io sono di sostegno “sulla classe”, però di fatto sono “su Luigi”. Cioè, insomma, certo che l’insegnante di sostegno non è DEL ragazzino con disabilità, però deve lavorare con lui, sedersi accanto a lui e occuparsi di lui. Ma certo, è “sulla classe”. Però io seguo Luigi.

    Va bene.

    (In realtà non va bene per nulla e da nessun punto di vista, ma posso mettermi a litigare con un intero CdC, io che non ho nemmeno uno straccio di specializzazione sul sostegno?)

    Luigi ha un programma differenziato, quindi non prenderà il diploma ma un attestato. Filippo invece ha un semplificato, quindi prenderà il diploma a tutti gli effetti. 

    La soluzione che lei adotta per entrambi gli alunni è creare dei test a risposta multipla con nozioni che ritiene “semplici da imparare” nelle diverse discipline. Per esempio su Italiano un bel test in cui si chiede se Verga sia di Catania, Mantova o Pisa. 

    Per fortuna c’è anche un altro collega di sostegno in classe. 

    Parlo anche con lui e finalmente parliamo di come costruire autonomia e competenze di base per una vita adulta funzionale. Anche lui è al primo anno di sostegno, conosce Luigi da due mesi e non ha nessun materiale a disposizione. Però ora almeno siamo in due a cercare di inventarci un lavoro. 

    L’altro giorno il professore di Storia rende le verifiche corrette a tutta la classe. I ragazzi sono eccitati perché, maggiorenni o meno, professionale o no, i voti fanno tornare tutti bambini all’asilo che aspettano la stellina d’oro della maestra.
    Le verifiche arrivano per tutti tranne che per Luigi.
    Perché Luigi, ovviamente, ha fatto una verifica un po’ diversa e il professore aveva bisogno di consultarsi con noi di sostegno prima di valutarla.
    Ho impiegato venti minuti a calmare Luigi che ha espresso una livello di frustrazione, stanchezza e umiliazione incredibile.
    Voleva essere trattato come tutti gli altri, voleva avere la verifica insieme ai compagni, essere parte di questo rito collettivo della restituzione della valutazione.

    Racconto questa storia perché Luigi e Filippo si meriterebbero di meglio. 


    Meglio dei colleghi che vivono la sua presenza in classe con il tatto e la sensibilità di cararmati in un negozio di cristalli, meglio della collega che pensa che imbottirli di nozioni curricolari possa servire a qualcosa, meglio di me e dell’altro collega che arranchiamo inventandoci un lavoro a botte di buonsenso e tanta speranza. 

    Luigi e Filippo meriterebbero personale qualificato e competente, una scuola che avesse materiali e risorse a disposizione su misura per loro. Queste sono le componenti di una scuola realmente inclusiva. Tutto il resto sono solo parole.

  • Dalla mattina alla sera

    In questi giorni sto vivendo una doppia vita. 

    Le mattine insegno, come ho sempre fatto, in una classe piena di preadolescenti provenienti da qualsiasi contesto e da qualsiasi famiglia. 

    Le nostre classi riuniscono ragazzi di famiglie italianissime, ragazzi nati qui da genitori migranti, ragazzi che hanno vissuto in prima persona la migrazione, ragazzi che vivono in comunità, che hanno vissuto abbandoni e abusi, ragazzi cresciuti da genitori impegnati ad arrabattarsi per mettere in tavola una cena, genitori che programmano la settimana bianca, genitori che non sono mai stati in un museo, genitori che non sanno leggere e scrivere o che hanno due lauree. 


    Ogni giorno questi ragazzi si radunano in grandi strutture, dove studiano con libri che i genitori possono permettersi di pagare, o che trovano con ausilii e aiuti. Quasi sempre, per fortuna, le scuole hanno a disposizione palestre, biblioteche, laboratori di informatica… noi docenti abbiamo a disposizione gratuitamente i libri di testo, perché le case editrici si premurano di farcene avere in grande varietà e numero, così da coltivare il mercato delle adozioni. 

    Nonostante questo, giustamente, da anni si sottolinea come i tagli alla scuola pubblica stiano inficiando le possibilità dell’offerta formativa e, soprattutto, creando divari tra famiglie che possono permettersi qualcosa in più, e chi non può. Si pensi alle uscite didattiche, il cui costo grava completamente sulle spalle dell’utenza, creado un’impossibilità dolorosa per tanti e tante. 

    Ecco, tutto questo sembra la terra della ricchezza e dell’abbondanza rispetto a quello che vedo lavorando di sera.

    La sera, infatti, cambio abito ed entro nelle classi del CPIA. 

    Al CPIA insegno ad adulti migranti, provenienti da luoghi disparati e distanti, di età differenti, con storie alle spalle accumunate solo dalla nostalgia. Persone adulte, che hanno visto e vissuto più di quanto forse potrò mai fare io, che si rimettono su banchi troppo piccoli e imparano a leggere e scrivere, a volte per la prima volta in assoluto, a volte con lauree e qualifiche alle spalle, ma in lingue del tutto diverse. 

    Le mie classi del CPIA vengono ospitate proprio in una di quelle scuole medie che al mattino vengono abitate da vite del tutto diverse. Entriamo dal retro, però, dove non c’è ascensore ma tre rampe di scale antincendio che di sera non sono illuminate. Saliamo e scendiamo con le torce dei telefoni. 

    Al piano ci sono i bagni. Al mattino, per i ragazzi, vengono aperti quelli per maschi e femmine e quelli per i docenti; la sera, per noi, aprono solo quelli per i maschi.
    I miei alunni e le mie alunne della sera a volte hanno un quaderno e una penna. Nessuno ha il libro, nemmeno io, perché a noi del CPIA le case editrici non li portano. Non abbiamo nemmeno fotocopie perchè siamo una sede distaccata e per fare le fotocopie dovrei fare quaranta minuti di macchina ad andare e altrettanti a tornare per raggiungere la sede centrale.
    Almeno le cartelle non pesano.
    E meno male, perché gli alunni e le alunne spesso arrivano a piedi o in bicicletta dalle colline vicine. Se sono fortunati le biciclette sono elettriche. Per noi nessun comune organizza un trasporto pubblico coordinato con gli orari della scuola.

    E tutti, me compresa, pensiamo: cara grazia che il CPIA esiste, e poche lamentele. 

    Perchè?

    Perché alla nostra comunità non dovrebbe interessare di dare a questi adulti una possibilità d’istruzione minima, di conoscenza della lingua e delle nozioni di base della nostra società? 

    Io ho un’idea dei perché: 

    • perché avere degli schiavi è comodo e per avere schiavi è importante che non sappiano difendersi, che conoscano male la lingua, che non abbiano documenti e siano illegali, ma per colpa loro che non si sono impegnati abbastanza. 
    • perché, se già non ci sono soldi per i nostri ragazzi al mattino, di certo non ne spenderemo per questi stranieri della sera (poco conta che i soldi ci sarebbero se non venissero spesi in altro).
    • perché non sono un bacino di utenza interessante o remunerativa, non cempreranno zaini costosi, non riempiranno gli astucci di penne colorate e non finanzieranno l’indotto delle uscite didattiche. Quindi possiamo dimenticarcene.

    Il CPIA però dovrebbe essere un campanello d’allarme: la scuola pubblica è messa male, tenuta in piedi dalla buona volontà del corpo docente, ma potrebbe peggiorare. Potrebbe peggiorare di molto, perché il CPIA, che, ricordiamocelo, è scuola pubblica, è già messo molto molto peggio.

  • Marco

    L’anno scorso, per la prima volta, ho bocciato un alunno. 

    Cioè, non io, ovviamento, il Consiglio di Classe ha deciso di invalidare l’anno ad un alunno. 

    Però io ero la coordinatrice di classe e, ammettiamolo, il mio voto e la mia influenza hanno avuto un peso non piccolo. 

    Marco (nome di fantasia) era uno degli alunni più intelligenti di quella terza media. Io l’ho conosciuto in seconda, perché la loro docente di prima ha preso un ruolo in un’altra scuola ed è andata via.
    Ricordo il primo tema fatto in quella classe: quello di Marco era decisamente più interessante degli altri, sia per ritmo narrativo che per contenuto. L’ortografia era quello che era, ma niente di drammatico. 

    Poi cos’è successo?

    I suoi genitori si sono separati, molto male.
    Ci sono stati avvocati, sentenze in tribunale, brutte affermazioni da parte del padre… o almeno questo è quello che ha riferito la dirigente che teneva i contatti con la famiglia. Ma poi queste cose nei paesini si vengono a sapere, insomma. 

    Fatto sta che Marco ha praticamente smesso di frequentare: a novembre ricordo di aver già chiamato la madre per avvertirla che la situazione delle assenze era preoccupante. 

    Per altro, anche quando era in classe, Marco non faceva assolutamente nulla: non aveva nessun materiale, nemmeno un quaderno e una penna, non lavorava, spesso dormiva. In particolare si rifiutava di prendere in considerazione compiti in classe e verifiche. 

    Abbiamo provato a parlargli, tutti quanti. 

    Lui lo diceva molto serenamente che non aveva nessuna voglia di stare a scuola, che si annoiava. 

    Ho provato a incoraggiarlo, ho provato ad ammonirlo, ho provato a metterlo di fronte all’utilità dell’avere una licenza di terza media, anche solo per prendere una patente. 

    Niente. 

    La scuola ha attivato percorsi di tutoraggio (questo da subito, appena si sono presentate le prime difficoltà), ha proposto percorsi con lo psicologo scolastisco (rifiutati)… la dirigente passava personalmente in classe ogni giorno per chiedere di lui e ha attivato una rete di persone sul territorio per cui, nel secondo quadrimestre, più o meno, Marco si presentava in classe. 

    Abbiamo discusso per mesi in Consiglio di Classe su cosa fare e cosa non fare.

    Vedete, il nostro Collegio Docenti ha votato, tra i possibili motivi di deroga al limite delle assenze, il rischio di dispersione scolastica. 

    Questa era la grande domanda che ci siamo rigirati per le mani per mesi: cos’è meglio per Marco? Come minimizziamo il rischio che smetta del tutto di frequentare la scuola?

    Lo promuoviamo, e l’anno prossimo si ritrova in una scuola dove nessuno lo conosce, dove quest’attenzione maniacale non è detto che ci sia, dove la rete diventa molto più lasca?

    Invalidiamo l’anno rischiando di distruggere la sua motivazione?

    La risposta la sapete: abbiamo deciso di invalidare l’anno. 

    Abbiamo fatto bene? 

    Abbiamo fatto male?

    Come si stabilisce senza sapere cosa sarebbe successo se avessimo deciso altrimenti?

    La verità è che quando siamo arrivati a farci quella domanda la rete educativa di Marco aveva già fallito da un pezzo. Una domanda del genere non bisognerebbe proprio arrivare a farsela, dovrebbe esserci un’attivazione del tutto diversa da parte di tutte le figure educative intorno a un minore che presenta segni così evidenti di difficoltà. 

    Forse in questo caso la scuola è stata la figura che si è mossa meglio, grazie alla nostra dirigente che ha dimostrato una cura e una sensibilità enormi. 

    Ma tutti gli altri?

    E non dico solo la famiglia, perché in una situazione simile è ovvio che la famiglia non possa bastare. 

    Gli assistenti sociali, che dovrebbero supportare le famiglie in queste condizioni limite di fragilità, dov’erano?

    Lo sapevano benissimo che una madre, un’infermiera su turni, in balia di una situazione pesantissima di separazione, con quattro figli, non può da sola occuparsi di un minore con un’evidente fragilità emotiva.
    Possibile che sia stata la nostra dirigente ad attivare zie e zii, cugini e mezzo paese per riuscire a fargli frequentare gli ultimi mesi di scuola?

    Proprio per questo alla fine ho votato per invalidare l’anno, perché la sensazione che avevo era che, senza la nostra scuola, Marco sarebbe rimasto solo. 

    E questo non è giusto, ne per lui ne per noi.

    A giugno ipotizzavo con la dirigenza di trovare un modo per farlo entrare in quella che allora era la mia classe, che quest’anno sta affrontando la terza. Non volevo avesse la sensazione che avevo cercato di disfarmi di lui, volevo fargli sentire proprio la volontà di proteggerlo, di tenerlo ancora un attimo nel nido per dargli tempo di ritrovarsi.
    Ora non so in che classe sia o come stia andando.
    Non ho ancora avuto il coraggio di chiedere agli ex colleghi.

    Ma se c’è qualcuno verso cui mi sento orrendamente in colpa è lui: cos’avrà pensato vedendo che ero andata via, dopo averlo costretto a restare?

  • Di quando ci si gonfiano le penne

    Oggi una mia ex studentessa mi ha scritto su Instagram. 

    Sì, quando escono dalla terza gli lascio i miei contatti social, scelta controversa

    Ad ogni modo una mia studentessa oggi mi ha scritto su Instagram. 

    “Buonasera prof, le volevo dire che ho iniziato il liceo. Bello, ma mi mancano le sue lezioni.”

    Gli ho detto, intanto, di smetterla di chiamarmi prof, perché io, la sua prof, non lo sono più. 

    Ho pensato a un discorso fatto col mio psicologo qualche tempo fa. 

    Sì, vado dallo psicologo e penso dovrebbero farlo tutti i colleghi e le colleghe. Anzi penso che gli istituti scolastici dovrebbero mettere a disposizione lo psicologo non solo per i ragazzi e le ragazze, ma anche per noi. Non perché siamo tutti matti, anche se…ma perché facciamo un lavoro che comporta uno stress emotivo fortissimo e che, come tutti i lavori di cura, richiede una gestione delle relazioni umane molto raffinata. 

    Ad ogni modo con il mio psicologo qualche tempo fa parlavamo di quanto questo lavoro ti droghi di riconoscimento. 

    Io lo ammetto: quando i ragazzi mi scrivono o mi dicono queste cose mi si gonfiano tutte le penne. 

    Il pavone sarà l’animale simbolo del mio orgoglio da docente

    Penso succeda a molti. 

    E va benissimo che succeda. 

    Però…

    Bisogna anche stare molto attenti a non rincorrere questa sensazione. 

    Essere “il professore che ti cambia la vita” o più banalmente “andare d’accordo coi ragazzi” non può e non deve essere l’obiettivo della nostra relazione educativa. 

    Ci saranno volte, ed è normale che sia così, in cui non piaceremo ai genitori, non piaceremo ai colleghi e non piacereremo ai nostri ragazzi. 

    Di tutta quella terza la ragazza che mi ha scritto su Instagram è probabilmente l’unica per la quale sono stata una figura di riferimento così importante. 

    Perché? 

    Probabilmente per mille ragioni diverse che non è nemmeno interessante indagare. 

    La questione è che là fuori ci sono altri 23 ragazzi di quella stessa classe che non mi scriveranno sui social per dirmi che gli mancano le mie lezioni. E questo è molto normale. Probabilmente qualcuno di loro sarà felicissimo di non vedermi mai più, punto. E anche questo è normale. 

    E io devo ricordami che è normale, non devo cadere nella seducente trappola di rincorrere ogni giorno quello zuccherino di riconoscimento esterno. 

    Devo fare attenzione perché altrimenti può capitare che io finisca a essere troppo compiacente sia con i ragazzi che coi genitori, con i colleghi o con la dirigenza e a piegare le logiche del mio agire educativo alla loro approvazione. 

    Vi è mai capitato di farlo anche inconsciamente? 

    Avete sempre messo le ragioni educative e didattiche davanti alla volontà di compiacere alunni, genitori, colleghi e dirigenti? 

    Avete mai cambiato qualcosa della vostra didattica o della vostra relazione educativa per fare in modo di non risultare il o la docente che:

    • è troppo morbida coi ragazzi 
    • è troppo rigida coi ragazzi 
    • da troppi compiti 
    • da troppi pochi compiti 
    • fa troppe verifiche 
    • fatroppe poche verifiche 
    • spiega troppo in fretta 
    • spiega troppo lentamente. 

    Accettare i feedback esterni può essere un’ottima cosa. Mettersi in discussione è sempre un’ottima cosa, ma è diverso rispetto al modificare un comportamento professionale in cui si crede per vedersi riconosciuta una competenza, un’abilità dal contesto intorno a noi. 

    In una società che ci svaluta, che ci mortifica professionalmente ogni giorno, è assolutamente umano e ragionevole avere voglia di ricevere un messaggio che ci ringrazia per il nostro lavoro e che ci ricorda che sì, siamo professionisti altamente qualificati in grado di fare un lavoro difficilissimo. 

    Per quanto sia perfettamente umano, però, non possiamo lasciare che questo nostro bisogno alteri le nostre capacità.

  • Non è tutto male

    Non è che sia tutto male. 

    Lo dico volentieri per me stessa e per tutti i colleghi e le colleghe che si stanno disperando e strappando i capelli, stritolati dentro il meccanismo delle supplenze brevi. 

    Lo dico perché penso sia importante ricordarselo ogni tanto, che non tutto è male. 

    C’è molto di bello, non solo in questo nostro mestiere, ma proprio nella nostra condizione di precari del mestiere. 

    Oggi per dire ho preso servizio in una scuola nuova. È una bella scuola, ero curiosa di vederla da molto tempo.

    Resterò per un mese. 

    Ho già in mente cosa far fare ai ragazzi di prima: in storia e geografia un lavoro sul metodo di studio; in antologia un laboratorio di orientamento attraverso la lettura; in grammatica un’introduzione all’analisi grammaticale. 

    Progettazioni semplici, che si aprono e si chiudono. Poi andrò via, un po’ come Mary Poppins. 

    E la cosa bella qui è che questo andare e venire permette di restare nella dimensione dell’incontro. 

    È vero, non approfondirò la loro conoscenza, nemmeno quella dei colleghi, non mi abituerò agli spazi della scuola, non farò in tempo a imparare tutte le regole dell’Istituto. 

    Però… però li avrò incontrati, sia gli studenti si i colleghi. 

    E ne incontrerò altri, altri studenti, altri i colleghi, altre scuole, altre regole, altre segreterie, altri spazi.

    Che opportunità ricca di scoperta! 

    Penso a quei colleghi che sono entrati di ruolo così, senza aver mai insegnato, senza aver mai fatto supplenze in questo e quell’altro Istituto. Appena usciti dall’università corso abilitante, concorso e poi anno di prova. 

    Quanti incontri faranno nella loro carriera? 

    Quanti studenti, quanti colleghi, quante segreterie, quanti regolamenti, quante strutture didattiche vedranno nella loro vita? 

    Forse ne vedo di più io quest’anno. 

    E qui non è questione di tacche sul fucile, è questione che ogni incontro è un’occasione per mettere in discussione qualcosa che pensavi di aver capito o pensavi di aver consolidato nel tuo metodo, nel tuo approccio alla classe, nel tuo essere professionale.

    Ogni nuovo incontro è una sfida differente, prima di tutto a me stessa, è una messa alla prova della prospettiva, un calcio al rischio di abituarsi, di sedersi. 

    Altro che corsi di aggiornamento! 

    Questo è un modo meraviglioso per non accontentarsi mai, per non pensare mai di saper fare questo lavoro. 

    Ecco, questo continuo cambiare, questo entrare e uscire costante, mi ricorda prima di tutto questo: insegnare non è una cosa che so fare, è una cosa che imparo ogni momento.

    Quindi, ecco, non è tutto male, c’è della bellezza in questa precarietà, ci sono occasioni che solo noi precari abbiamo. 

    E di queste occasioni io sono molto grata.

  • Anysha

    Ci sono quartieri, strade, palazzi che portano il sottotono della povertà. 

    Ho vissuto in molti posti diversi e li ho visti sempre, nelle città e nei paesi. 

    In uno di questi posti vive la famiglia di Anysha (nome di fantasia) che frequenta quella che quest’anno non è più la mia classe. 

    “L’unica ragazza nera della stanza”. 

    Mi ricordo la tensione in classe quando abbiamo affrontato la tratta degli schiavi in Storia. Le teste che si giravano a sentire “negriero”. 

    Nel globalizzato 2025 la “n-word” la conoscono anche i dodicenni e sanno benissimo che è tabù. 

    Ma lo sanno cosa vuol dire essere l’unica ragazza nera in classe? 

    Io no. 

    Anysha a scuola andava bene (e non penso la cosa sia cambiata). Non eccellente, ma di certo sopra la media. Questo nonostante i vestiti troppo grandi, lo zaino troppo vecchio (fino a che ne ha vinto uno a un concorso di poesia) e l’astuccio troppo vuoto. 

    Anysha disegna benissimo, ma davvero benissimo. E da grande vuole fare l’architetta. 

    Non inizio nemmeno a dirvi perché questo sia un problema. 

    I costi dell’università, dei materiali… Anysha è nata in una famiglia troppo povera per desideri così ricchi. 

    L’anno prossimo, per esempio, dovrebbe prendere un autobus per andare in un liceo, ma i soldi per l’autobus non ci sono. 

    Figuriamoci tutto il resto. 

    Anysha vive una di quelle povertà inaccessibili a me, incomprensibili e assolute. Vive in un mondo dove si possono non avere scarpe, dove mangiare può essere una questione. 

    Questi mondi esistono nelle nostre aule e nelle nostre città e ci costringono a guardare dritto dritto negli occhi una ragazzina di dodici anni che vuole fare l’architetta, ma è nata nel mondo sbagliato. 

    Volevo molto bene ad Anysha, davvero. 

    Forse per questo una parte di me è contenta di non essere in classe con lei quest’anno. 

    Perché questo è l’anno dei consigli orientativi. 

    Penso alla collega che ha preso il mio posto e mi chiedo: che consiglio darà ad Anysha? Terrà conto delle sue capacità e delle sue aspirazioni e le consiglierà un liceo (lasciando ad altri il compito di spezzarle il cuore), o terrà conto delle possibilità economiche della famiglia? 

    Cosa sarebbe giusto fare? 

    Cosa sarebbe meglio per Anysha? 

    Ma soprattutto, possibile che nel 2025 l’Italia si trovi ancora nelle condizioni di metterci di fronte a una domanda del genere? 

  • Chissà se ha senso

    L’altro giorno parlavo con una mia ex collega. 

    Mi ha chiamata ed era arrabbiata.

    “Perché non hai fatto i corsi?” mi ha chiesto.

    Ho provato a spiegarle, ma non è servito a molto. 

    “Tu non hai capito” mi ha detto “devo fare tutto: qualsiasi cosa esca: TFA, specializzazioni, concorsi… tu fai sempre tutto”.

    E già. 

    Fai sempre tutto. 

    Salta nel cerchio, lecca la scarpa, tira uno schiaffo a quel tizio e lava questa latrina. 

    Poi mi chiedo come abbiamo fatto a finire in questa situazione, ecco come! 

    Abbiamo sempre fatto qualsiasi cosa pur di raggiungere quella benedetta cattedra. 

    Il mio caro vecchio telefono che, bene o male, mi sta accompagnando in queste disavventure

    E così siamo diventati un corpo stanco, svilito, sottopagato, un progettificio sempre in emergenza, alimentato a briciole dallo stato (li avete visti i FIS di recente?) che deve elemosinare bandi per avere i computer per gli alunni. 

    E così che la gente ha smesso di vederci come dei professionisti altamente qualificati, e ha iniziato a percepirci come dei privilegiati parassiti: perché noi è questa la dignità che abbiamo dato a noi stessi. 

    Se parlo con i colleghi sull’orlo della pensione o già in pensione, tutti, nessuno escluso, mi raccontano di questo lento declino, della burocratizzazione di ogni processo e di come, passo passo, abbiamo sempre fatto tutto. 

    Il ministero dice “salta”, tu salti. 

    Ed ecco qua perché io i corsi abilitanti non li faccio. 

    Perché prima o poi dobbiamo dire “no”. 

    Ho due lauree magistrali e ho preso i 24 CFU a suo tempo. 

    Ho fatto abbastanza. 

    Se proprio devo formarmi ancora, che sia in un modo accessibile e democratico, che sia attraverso un’altra magistrale, piuttosto, dove l’accesso è garantito dagli scaglioni ISEE. 

    Perché è questo il punto: questi corsi trasformano l’accesso all’insegnamento in una questione antidemocratica e anti meritocratica. 

    E la SIS non era meglio. E il TFA non era meglio.

    Eh, quindi?

    Siccome abbiamo accettato delle schifezze in passato dobbiamo accettarle ancora?

    Se hai 3000€ puoi accedere alla prima fascia, altrimenti no. 

    E quando tu ne guadagni 1600 al mese, poterne spendere 3000€ non è scontato per nulla! Esistono famiglie monoreddito, esistono giovani che hanno già mutui sulle spalle (come me). 

    Noi stiamo accettando questo principio classista e antidemocratico senza battere ciglio. 

    Per non iniziare nemmeno a parlare della dignità di professionisti che hanno fatto questo lavoro per anni, che lo hanno imparato sul campo, un pezzettino alla volta, che si sono fatti i loro bravi cordi di formazione ogni anno, che la prima volta sono entrati in aula senza mezza indicazione, registro in mano, tanta speranza e nient’altro, e ora, solo ora, drammaticamente ora, a qualcuno viene in mente che era il caso di dargli due elementi due di didattica e di psicologia dello sviluppo, affiancargli un tutor e fargli fare un anno di prova. 

    Non è un po’ tardi?

    È così strano che io dica “no”? 

    E questo mi porta a un’altra questione: ha senso che io dica “no” se nessuno sembra ascoltarmi o sentirmi? 

    Quello che ci stanno insegnando le flottiglie in viaggio per Gaza è che anche la battaglia più folle ha senso se trova consenso. 

    Con l’opinione pubblica alle spalle, con le masse in piazza, si può piegare perfino un governo lontanissimo dalla propria sensibilità e cambiare le cose.

    Di conseguenza, anche la battaglia migliore, senza il consenso di nessuno, perde significato.

    Quindi se ogni collega che incontro non capisce il senso del mio rifiuto, mi vede come una matta testona, una bastian contraria o forse, pur mancando il coraggio di dirmelo, una pigra svogliata, ha senso continuare a rifiutare questo sistema?

    Forse è solo che mi manca stare in classe, mi mancano i ragazzi, mi manca un ricnoscimento sociale delle mie capacità e delle mie competenze. 

    Forse è solo un po’ di stanchezza.

  • Oggi sciopero

    La marea di gente che si è riversata oggi a Torino

    Oggi sciopero.

    Perché quello che sta succedendo è atroce, per le foto delle macerie, per i civili sotto le bombe, per gli ospedali e le scuole ridotte in cenere.

    E come sempre, quando sciopero, sento i colleghi, quelli che so avere una certa sensibilità politica.

    Io sì, ci vediamo in corteo.

    Io vorrei, ma poi penso a Tommi da solo in classe…

    Io ho dimenticato di rispondere al modulo e la dirigente l’ulitma volta ha minacciato provvedimenti disciplinari.

    Io ho appena preso la supplenza, come faccio a scioperare?

    Io avevo già fissato il test d’ingresso…

    La paura di fare rumore, la paura di creare disagio, di dover discutere, di sentirsi rimproverare, dei mormorii nei corridoi hanno fermato tanti e tante.

    Perché è diventato così difficile agire il conflitto? Perché è diventato difficile fare rumore, mandare in crisi le segreterie, scontentare i genitori?
    Perché non siamo più abbastanza arrabbiati da fregarcene di tutto il resto?

    Ci hanno rubato la rabbia, l’hanno nascosta sotto una coltre di stanchezza e rassegnazione, di obblighi, di fogli da compilare, di ricatti morali e materiali.

    L’unica speranza che mi consola è che la nostra rabbia, di noi che stiamo a scuola e non abbiamo bisogno di una definizione di bambino per sapere benissimo che cosa sia, possono averla sì rubata, ma non distrutta.

    Da qualche parte dev’essere, e forse dobbiamo solo liberarla.

    Prima di tutto smettendo di non sentirci legittimati: abbiamo tutti i diritti di essere arrabbiati per quello che sta succedendo (sì, nonostante i “tre mesi in estate” e il “lavoro più bello del mondo”) possiamo arrabbiarci per un genocidio in atto.
    Anzi, dobbiamo arrabbiarci: un bullo, forte della copertura di un bullo ancora peggiore, si sta permettendo di violare ogni legge internazionale e ogni decenza morale. L’ingiustizia che vediamo compiersi giornalmente senza che i nostri governi parlino DEVE farci ribollire il sangue nelle vene, altrimenti significa che abbiamo perso la nostra umanità.

    E no, non è vero che scioperare è fare un torto ai nostri ragazzi: scioperare è dare l’esempio e noi dovremmo farlo proprio per i nostri ragazzi.

    Che idea stiamo passando loro se davanti a tutto questo non facciamo nulla?
    Possiamo fare miliardi di ore di educazione civica, ma cosa c’è di più educativo dell’esempio di un adulto che mette in gioco se stesso, il proprio lavoro e il proprio corpo contro l’ingiustizia evidente?

    I genitori borbotteranno, certo che borbotteranno per il disagio. Diranno che non ero in classe solo per farmi il weekend lungo.

    Va bene.

    Mostreremo le stazioni bloccate, le strade in panne, i porti in rivolta e i carichi di armi fermi.
    E quando i ragazzi saranno diventati grandi abbastanza ripenseranno a questi giorni e sapranno dov’erano i loro professori: a fare la storia dalla parte giusta.

    Anche questa è istruzione, anche questa è educazione.