Cronache da una scuola allo stremo

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  • Ma tu sai ascoltare?

    L’altra mattina sono entrato nella classe della quinta professionale dove faccio sostegno. 

    È una supplenza piccola: qualche ora di allattamento fino ad aprile per un totale di 6 periodi. Bene, entro in classe e la scena che mi si presenta davanti è la seguente: la docente  cusicolare e l’altra collega di sostegno stanno parlando con la classe del rapporto con le loro famiglie. Un tema chiaramente complesso e che spesso si porta dietro grandi dolori e sensibilità accentuate. 

    Come stava avvenendo questa conversazione? 

    Mi fermo a ragionare del come, perché in classe ogni nostro intervento e ogni nostra azione dovrebbero essere pensati e calibrati in senso educativo. E pensare un intervento in senso educativo significa ragionare a lungo sul come: spesso so benissimo di cosa ci sarebbe bisogno di parlare, ma mi arrovello a lungo su come fare a costruire un intervento che non sia coercitivo, noioso, che non devi dai binari, che dia spazio di espressione e ascolto… soprattutto quando voglio parlare di un tema così personale e così complesso. 

    Infatti, una cosa che penso sia fondamentale rendere inequivocabile alle persone che ho davanti è che i loro vissuti per me sono importanti, che loro sono importanti, e che quando una persona si apre e condivide parti sensibili di sè deve trovare in noi un luogo sicuro di ascolto e accoglienza, senza giudizio. Vorrei, insomma, prima di tutto insegnare loro ad ascoltare l’alterità di chi hanno davanti con cuore aperto.
    Sappiamo da anni che l’educazione passa anche dall’esempio modello dell’adulto, dai comportamenti che vengono normalizzati dalla comunità educante intorno a noi. Si dice a volte che conta meno quello che diciamo ai ragazzi e di più tutti i piccoli micro segnali che inviamo loro con i nostri comportamenti e i nostri stessi corpi, importante quello che incarniamo. 

    Ecco perché ragionare sul come avvengono certe conversazioni è fondamentale per capire che segno educativo stiamo dando a quel momento.

    Iniziamo dal setting d’aula: i banchi erano rimasti schierati frontali verso la cattedra, sospetto non per deliberato calcolo, ma perché la conversazione era iniziata in modo spontaneo durante una lezione frontale, dunque senza nessuna premeditazione o ragionamento a priori. Questo comportava che, ovviamente, i ragazzi si rivolgessero alle persone che avevano di fronte, cioè gli adulti che stavano di fianco alla cattedra. 

    Bisogna poi fare una precisazione io ho detto di essermi trovata di fronte a una conversazione ma meglio avrei fatto a dire che mi sono trovata di fronte a due conversazioni che avvenivano in parallelo. Infatti, mentre la professoressa curricolare ascoltava un ragazzo che raccontava del rapporto complesso con suo padre, la collega di sostegno stava raccontando a un’altra ragazza dall’altra parte dell’aula della sua esperienza quando aveva lasciato la famiglia nel sud Italia per trasferirsi in Piemonte. 

    Entrambe le conversazioni avvenivano con un botta e risposta tra uno studente e una collega. 

    Che cosa ci dice questa modalità conversazionale e quale modello sta insegnando ai ragazzi? 

    Prima di tutto non insegna l’ascolto reciproco e anzi modellizza l’idea che sia normale e accettabile parlarsi l’uno sull’altra, anche in situazioni di condivisione emotiva molto forte. 

    Inoltre insegna che l’attenzione rilevante, interessante da ottenere, è quella dell’adulto a cui ci si rivolge. 

    È una conversazione che, peraltro, non offre uno spazio di ascolto sicuro, cioè uno spazio in cui io posso condividere ciò che provo e sento senza bisogno che le altre persone si sentano in dovere o autorizzate a commentare, giudicare e dare consigli. Infatti il racconto della professoressa di sostegno era nato come dimostrazione di un punto teorico riguardo l’importanza dell’avere accanto la propria famiglia, portato in risposta a una ragazza che stava pensando di partire per lavorare all’estero.
    Questo è particolarmente grave in una dinamica in cui la conversazione non avviene tra pari ma avviene con un rapporto di potere dichiarato, esplicito, ribadito dal setting d’aula.

    Non per nulla, quando poi ne ho parlato con la collega curricolare, finita la lezione, si lamentava che le persone più fragili e meno estroverse difficilmente prendono parte a queste conversazioni. Non mi stupisce: una persona estroversa è meno bisognosa di un setting sicuro e protetto per condividere e raccontarsi, mentre una persona introversa o fragile ha bisogno di sentirsi estremamente protetta per poterlo fare e non si esporrà alla possibilità di una discussione.

    La cosa che trovò molto interessante della conversazione avvenuta dopo con la collega, e che, ascoltate le mie osservazioni, si è definita non in grado di essere un buon modello per una conversazione sicura tra ragazzi. Ha dichiarato infatti di non essere in grado di dare un ascolto che non sia giudicante o che non porti automaticamente alla ricerca di una soluzione di un problema. Ho trovato sorprendente in positivo questa sua consapevolezza, ma mi sono anche chiesta: se non siamo in grado di metterci in ascolto dei ragazzi, perché cerchiamo di farli parlare di cose estremamente personali ed intime che riguardano aspetti e fragilità profonde? 

    La risposta è semplice: perché le conversazioni in classe non possono non avvenire, è naturale tra persone che condividono anni formativi, è naturale nel contesto della relazione educativa ed è un bene che avvengano: forniscono spunti di riflessione e modelli differenti da quelli familiari, senza sostituirsi, ma accostandosi e dando scelta e possibilità di discernimento. 

    Dunque perché non viene richiesto a un insegnante di saper insegnare, oltre alla propria disciplina, l’ascolto attivo, la gestione dei conflitti, la comunicazione empatica? 

    Esistono corsi di formazione, certo, ma sulla qualità e sulla modalità dei corsi di formazione scriverò un giorno con calma, e avrò molto da dire.

    Invece sarebbe bello che queste fossero nozioni garantite dalla formazione di base di un insegnante, sarebbe bello che agli insegnanti venisse richiesto di portare avanti un percorso personale di indagine su se stessi e sulle proprie modalità di ascolto, per esempio, sarebbe bello venissero affiancati da figure che garantissero una revisione collettiva di questi interventi, che i tempi per rilfettere al riguardo fossero distesi, riconosciuti e ricompensati. Perché questo è parte del loro lavoro, a tutti gli effetti, e quindi va insegnato, va relazionato, va ragionato e supervisionato, proprio come la lezione sul limiti di funzione o sulla poetica di Pascoli. 

  • Marco

    L’anno scorso, per la prima volta, ho bocciato un alunno. 

    Cioè, non io, ovviamento, il Consiglio di Classe ha deciso di invalidare l’anno ad un alunno. 

    Però io ero la coordinatrice di classe e, ammettiamolo, il mio voto e la mia influenza hanno avuto un peso non piccolo. 

    Marco (nome di fantasia) era uno degli alunni più intelligenti di quella terza media. Io l’ho conosciuto in seconda, perché la loro docente di prima ha preso un ruolo in un’altra scuola ed è andata via.
    Ricordo il primo tema fatto in quella classe: quello di Marco era decisamente più interessante degli altri, sia per ritmo narrativo che per contenuto. L’ortografia era quello che era, ma niente di drammatico. 

    Poi cos’è successo?

    I suoi genitori si sono separati, molto male.
    Ci sono stati avvocati, sentenze in tribunale, brutte affermazioni da parte del padre… o almeno questo è quello che ha riferito la dirigente che teneva i contatti con la famiglia. Ma poi queste cose nei paesini si vengono a sapere, insomma. 

    Fatto sta che Marco ha praticamente smesso di frequentare: a novembre ricordo di aver già chiamato la madre per avvertirla che la situazione delle assenze era preoccupante. 

    Per altro, anche quando era in classe, Marco non faceva assolutamente nulla: non aveva nessun materiale, nemmeno un quaderno e una penna, non lavorava, spesso dormiva. In particolare si rifiutava di prendere in considerazione compiti in classe e verifiche. 

    Abbiamo provato a parlargli, tutti quanti. 

    Lui lo diceva molto serenamente che non aveva nessuna voglia di stare a scuola, che si annoiava. 

    Ho provato a incoraggiarlo, ho provato ad ammonirlo, ho provato a metterlo di fronte all’utilità dell’avere una licenza di terza media, anche solo per prendere una patente. 

    Niente. 

    La scuola ha attivato percorsi di tutoraggio (questo da subito, appena si sono presentate le prime difficoltà), ha proposto percorsi con lo psicologo scolastisco (rifiutati)… la dirigente passava personalmente in classe ogni giorno per chiedere di lui e ha attivato una rete di persone sul territorio per cui, nel secondo quadrimestre, più o meno, Marco si presentava in classe. 

    Abbiamo discusso per mesi in Consiglio di Classe su cosa fare e cosa non fare.

    Vedete, il nostro Collegio Docenti ha votato, tra i possibili motivi di deroga al limite delle assenze, il rischio di dispersione scolastica. 

    Questa era la grande domanda che ci siamo rigirati per le mani per mesi: cos’è meglio per Marco? Come minimizziamo il rischio che smetta del tutto di frequentare la scuola?

    Lo promuoviamo, e l’anno prossimo si ritrova in una scuola dove nessuno lo conosce, dove quest’attenzione maniacale non è detto che ci sia, dove la rete diventa molto più lasca?

    Invalidiamo l’anno rischiando di distruggere la sua motivazione?

    La risposta la sapete: abbiamo deciso di invalidare l’anno. 

    Abbiamo fatto bene? 

    Abbiamo fatto male?

    Come si stabilisce senza sapere cosa sarebbe successo se avessimo deciso altrimenti?

    La verità è che quando siamo arrivati a farci quella domanda la rete educativa di Marco aveva già fallito da un pezzo. Una domanda del genere non bisognerebbe proprio arrivare a farsela, dovrebbe esserci un’attivazione del tutto diversa da parte di tutte le figure educative intorno a un minore che presenta segni così evidenti di difficoltà. 

    Forse in questo caso la scuola è stata la figura che si è mossa meglio, grazie alla nostra dirigente che ha dimostrato una cura e una sensibilità enormi. 

    Ma tutti gli altri?

    E non dico solo la famiglia, perché in una situazione simile è ovvio che la famiglia non possa bastare. 

    Gli assistenti sociali, che dovrebbero supportare le famiglie in queste condizioni limite di fragilità, dov’erano?

    Lo sapevano benissimo che una madre, un’infermiera su turni, in balia di una situazione pesantissima di separazione, con quattro figli, non può da sola occuparsi di un minore con un’evidente fragilità emotiva.
    Possibile che sia stata la nostra dirigente ad attivare zie e zii, cugini e mezzo paese per riuscire a fargli frequentare gli ultimi mesi di scuola?

    Proprio per questo alla fine ho votato per invalidare l’anno, perché la sensazione che avevo era che, senza la nostra scuola, Marco sarebbe rimasto solo. 

    E questo non è giusto, ne per lui ne per noi.

    A giugno ipotizzavo con la dirigenza di trovare un modo per farlo entrare in quella che allora era la mia classe, che quest’anno sta affrontando la terza. Non volevo avesse la sensazione che avevo cercato di disfarmi di lui, volevo fargli sentire proprio la volontà di proteggerlo, di tenerlo ancora un attimo nel nido per dargli tempo di ritrovarsi.
    Ora non so in che classe sia o come stia andando.
    Non ho ancora avuto il coraggio di chiedere agli ex colleghi.

    Ma se c’è qualcuno verso cui mi sento orrendamente in colpa è lui: cos’avrà pensato vedendo che ero andata via, dopo averlo costretto a restare?

  • Anysha

    Ci sono quartieri, strade, palazzi che portano il sottotono della povertà. 

    Ho vissuto in molti posti diversi e li ho visti sempre, nelle città e nei paesi. 

    In uno di questi posti vive la famiglia di Anysha (nome di fantasia) che frequenta quella che quest’anno non è più la mia classe. 

    “L’unica ragazza nera della stanza”. 

    Mi ricordo la tensione in classe quando abbiamo affrontato la tratta degli schiavi in Storia. Le teste che si giravano a sentire “negriero”. 

    Nel globalizzato 2025 la “n-word” la conoscono anche i dodicenni e sanno benissimo che è tabù. 

    Ma lo sanno cosa vuol dire essere l’unica ragazza nera in classe? 

    Io no. 

    Anysha a scuola andava bene (e non penso la cosa sia cambiata). Non eccellente, ma di certo sopra la media. Questo nonostante i vestiti troppo grandi, lo zaino troppo vecchio (fino a che ne ha vinto uno a un concorso di poesia) e l’astuccio troppo vuoto. 

    Anysha disegna benissimo, ma davvero benissimo. E da grande vuole fare l’architetta. 

    Non inizio nemmeno a dirvi perché questo sia un problema. 

    I costi dell’università, dei materiali… Anysha è nata in una famiglia troppo povera per desideri così ricchi. 

    L’anno prossimo, per esempio, dovrebbe prendere un autobus per andare in un liceo, ma i soldi per l’autobus non ci sono. 

    Figuriamoci tutto il resto. 

    Anysha vive una di quelle povertà inaccessibili a me, incomprensibili e assolute. Vive in un mondo dove si possono non avere scarpe, dove mangiare può essere una questione. 

    Questi mondi esistono nelle nostre aule e nelle nostre città e ci costringono a guardare dritto dritto negli occhi una ragazzina di dodici anni che vuole fare l’architetta, ma è nata nel mondo sbagliato. 

    Volevo molto bene ad Anysha, davvero. 

    Forse per questo una parte di me è contenta di non essere in classe con lei quest’anno. 

    Perché questo è l’anno dei consigli orientativi. 

    Penso alla collega che ha preso il mio posto e mi chiedo: che consiglio darà ad Anysha? Terrà conto delle sue capacità e delle sue aspirazioni e le consiglierà un liceo (lasciando ad altri il compito di spezzarle il cuore), o terrà conto delle possibilità economiche della famiglia? 

    Cosa sarebbe giusto fare? 

    Cosa sarebbe meglio per Anysha? 

    Ma soprattutto, possibile che nel 2025 l’Italia si trovi ancora nelle condizioni di metterci di fronte a una domanda del genere?