{"id":103,"date":"2025-12-17T11:23:43","date_gmt":"2025-12-17T10:23:43","guid":{"rendered":"https:\/\/sommersi-e-salvati.org\/?p=103"},"modified":"2025-12-17T11:23:43","modified_gmt":"2025-12-17T10:23:43","slug":"ma-tu-sai-ascoltare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sommersi-e-salvati.org\/?p=103","title":{"rendered":"Ma tu sai ascoltare?"},"content":{"rendered":"\n<p>L&#8217;altra mattina sono entrato nella classe della quinta professionale dove faccio sostegno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una supplenza piccola: qualche ora di allattamento fino ad aprile per un totale di 6 periodi. Bene, entro in classe e la scena che mi si presenta davanti \u00e8 la seguente: la docente&nbsp; cusicolare e l&#8217;altra collega di sostegno stanno parlando con la classe del rapporto con le loro famiglie. Un tema chiaramente complesso e che spesso si porta dietro grandi dolori e sensibilit\u00e0 accentuate.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Come stava avvenendo questa conversazione?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Mi fermo a ragionare del <em>com<\/em>e, perch\u00e9 in classe ogni nostro intervento e ogni nostra azione dovrebbero essere pensati e calibrati in senso educativo. E pensare un intervento in senso educativo significa ragionare a lungo sul <em>come<\/em>: spesso so benissimo di <em>cosa<\/em> ci sarebbe bisogno di parlare, ma mi arrovello a lungo su <em>come <\/em>fare a costruire un intervento che non sia coercitivo, noioso, che non devi dai binari, che dia spazio di espressione e ascolto\u2026 soprattutto quando voglio parlare di un tema cos\u00ec personale e cos\u00ec complesso.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Infatti, una cosa che penso sia fondamentale rendere inequivocabile alle persone che ho davanti \u00e8 che i loro vissuti per me sono importanti, che loro sono importanti, e che quando una persona si apre e condivide parti sensibili di s\u00e8 deve trovare in noi un luogo sicuro di ascolto e accoglienza, senza giudizio. Vorrei, insomma, prima di tutto insegnare loro ad ascoltare l\u2019alterit\u00e0 di chi hanno davanti con cuore aperto.<br>Sappiamo da anni che l&#8217;educazione passa anche dall&#8217;esempio modello dell&#8217;adulto, dai comportamenti che vengono normalizzati dalla comunit\u00e0 educante intorno a noi. Si dice a volte che conta meno quello che diciamo ai ragazzi e di pi\u00f9 tutti i piccoli micro segnali che inviamo loro con i nostri comportamenti e i nostri stessi corpi, importante quello che incarniamo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco perch\u00e9 ragionare sul <em>come<\/em> avvengono certe conversazioni \u00e8 fondamentale per capire che segno educativo stiamo dando a quel momento.<\/p>\n\n\n\n<p>Iniziamo dal setting d&#8217;aula: i banchi erano rimasti schierati frontali verso la cattedra, sospetto non per deliberato calcolo, ma perch\u00e9 la conversazione era iniziata in modo spontaneo durante una lezione frontale, dunque senza nessuna premeditazione o ragionamento a priori. Questo comportava che, ovviamente, i ragazzi si rivolgessero alle persone che avevano di fronte, cio\u00e8 gli adulti che stavano di fianco alla cattedra.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Bisogna poi fare una precisazione io ho detto di essermi trovata di fronte a <em>una<\/em> conversazione ma meglio avrei fatto a dire che mi sono trovata di fronte a <em>due<\/em> conversazioni che avvenivano in parallelo. Infatti, mentre la professoressa curricolare ascoltava un ragazzo che raccontava del rapporto complesso con suo padre, la collega di sostegno stava raccontando a un&#8217;altra ragazza dall&#8217;altra parte dell&#8217;aula della sua esperienza quando aveva lasciato la famiglia nel sud Italia per trasferirsi in Piemonte.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Entrambe le conversazioni avvenivano con un botta e risposta tra uno studente e una collega.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Che cosa ci dice questa modalit\u00e0 conversazionale e quale modello sta insegnando ai ragazzi?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Prima di tutto non insegna l&#8217;ascolto reciproco e anzi modellizza l&#8217;idea che sia normale e accettabile parlarsi l&#8217;uno sull&#8217;altra, anche in situazioni di condivisione emotiva molto forte.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Inoltre insegna che l&#8217;attenzione rilevante, interessante da ottenere, \u00e8 quella dell&#8217;adulto a cui ci si rivolge.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una conversazione che, peraltro, non offre uno spazio di ascolto sicuro, cio\u00e8 uno spazio in cui io posso condividere ci\u00f2 che provo e sento senza bisogno che le altre persone si sentano in dovere o autorizzate a commentare, giudicare e dare consigli. Infatti il racconto della professoressa di sostegno era nato come dimostrazione di un punto teorico riguardo l\u2019importanza dell\u2019avere accanto la propria famiglia, portato in risposta a una ragazza che stava pensando di partire per lavorare all\u2019estero.<br>Questo \u00e8 particolarmente grave in una dinamica in cui la conversazione non avviene tra pari ma avviene con un rapporto di potere dichiarato, esplicito, ribadito dal setting d&#8217;aula.<\/p>\n\n\n\n<p>Non per nulla, quando poi ne ho parlato con la collega curricolare, finita la lezione, si lamentava che le persone pi\u00f9 fragili e meno estroverse difficilmente prendono parte a queste conversazioni. Non mi stupisce: una persona estroversa \u00e8 meno bisognosa di un setting sicuro e protetto per condividere e raccontarsi, mentre una persona introversa o fragile ha bisogno di sentirsi estremamente protetta per poterlo fare e non si esporr\u00e0 alla possibilit\u00e0 di una <em>discussione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La cosa che trov\u00f2 molto interessante della conversazione avvenuta dopo con la collega, e che, ascoltate le mie osservazioni, si \u00e8 definita non in grado di essere un buon modello per una conversazione sicura tra ragazzi. Ha dichiarato infatti di non essere in grado di dare un ascolto che non sia giudicante o che non porti automaticamente alla ricerca di una soluzione di un problema. Ho trovato sorprendente in positivo questa sua consapevolezza, ma mi sono anche chiesta: se non siamo in grado di metterci in ascolto dei ragazzi, perch\u00e9 cerchiamo di farli parlare di cose estremamente personali ed intime che riguardano aspetti e fragilit\u00e0 profonde?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La risposta \u00e8 semplice: perch\u00e9 le conversazioni in classe non possono non avvenire, \u00e8 naturale tra persone che condividono anni formativi, \u00e8 naturale nel contesto della relazione educativa ed \u00e8 un bene che avvengano: forniscono spunti di riflessione e modelli differenti da quelli familiari, senza sostituirsi, ma accostandosi e dando scelta e possibilit\u00e0 di discernimento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dunque perch\u00e9 non viene richiesto a un insegnante di saper insegnare, oltre alla propria disciplina, l\u2019ascolto attivo, la gestione dei conflitti, la comunicazione empatica?&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Esistono corsi di formazione, certo, ma sulla qualit\u00e0 e sulla modalit\u00e0 dei corsi di formazione scriver\u00f2 un giorno con calma, e avr\u00f2 molto da dire.<\/p>\n\n\n\n<p>Invece sarebbe bello che queste fossero nozioni garantite dalla formazione di base di un insegnante, sarebbe bello che agli insegnanti venisse richiesto di portare avanti un percorso personale di indagine su se stessi e sulle proprie modalit\u00e0 di ascolto, per esempio, sarebbe bello venissero affiancati da figure che garantissero una revisione collettiva di questi interventi, che i tempi per rilfettere al riguardo fossero distesi, riconosciuti e ricompensati. Perch\u00e9 questo \u00e8 parte del loro lavoro, a tutti gli effetti, e quindi va insegnato, va relazionato, va ragionato e supervisionato, proprio come la lezione sul limiti di funzione o sulla poetica di Pascoli.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;altra mattina sono entrato nella classe della quinta professionale dove faccio sostegno.&nbsp; \u00c8 una supplenza piccola: qualche ora di allattamento fino ad aprile per un totale di 6 periodi. 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